CRITIQUES

Principales critiques des oeuvres de Giovanni Gorini

 

  • « GIOVANNI GORINI : DI  FORME,  DI POESIA…. » – Di Nancy  Barsacchi  (2011)

La sua carriera inizia negli anni Settanta, in quel clima di fermento culturale di cui facevano parte numerose correnti artistiche europee. Dopo il diploma di maestro d’arte segue la pittura di Pollock e l’espressionismo astratto americano dipingendo le sue prime tele « astratte ».

L’incontro decisivo avviene nel 1976 a Venezia con l’artista Giuseppe Santomaso, pittore che tende alla raffigurazione di astratte emozioni e tensioni. Gorini è colpito da questa poetica fatta di suggestioni tridimensionali, tersa emotività, luce pura e vibrante e soprattutto dal rapporto con la realtà che hanno i lavori di questo artista. Successivamente le opere di Gorini prendono cosi’ un’orientazione decisiva che abbandona l’universo figurativo per dirigersi nell’approccio al colore e alla materia.Il risultato di questo incontro è un armonico contrasto poetico.Transpare anche dai titoli, non casuali né didascalici delle opere di Gorini, questa propensione ad una lirica significativa. Emerge un messaggio profondo che il colore, quando materico quando quasi spirituale, annuncia solamente.

Il critico Dino Carlesi, nel 1977, scriverà : « …l’accostamento che Gorini compie non è solo coloristico e spaziale ma anche e soprattutto culturale, cioé l’affinità è più profonda, è fatta di convinzioni e di comune sensibilità verso il ruolo primario del colore, non abbandonato a slanci emotivi e superficiali ma controllato da una presa di coscienza verso il mondo e gli uomini che tocca la sfera dell’autenticità e s’impone per la serietà del discorso ».

Negli anni successivi viaggia e continua la sua ricerca artistica. Si stabilisce poi a Parigi, dove sperimenta la tecnica del mosaico e dell’incisione a più colori. Con altri pittori italiani residenti a Parigi partecipa a diverse mostre collettive. Tuttora risiede e lavora nella capitale francese.

  • « GIOVANNI GORINI » –  Nicola Micieli  (2002)          

Un mannello formalmente rigoroso di dipinti e una cartella, « …ai segni della terra » , composta da tre ariose e strutturalmente salde incisioni all’acquatinta, cui fanno contrappunto musicale dieci frammenti lirici di Dino  Carlesi, sono il corredo visivo che come dono augurale alla nativa sua terra pontederese in cui ritorna con questa mostra, Giovanni Gorini ha portato con sé da Parigi, dove operosamente vive da molti anni ormai, avendo presenti allo sguardo ovvero impressi nella memoria, vividi e fecondi di motivi continuamente rigenerati, i profili ondulati delle colline che circondano la città, e la loro modulata morfologia, e l’armoniosa geometria che ne governa l’immagine, archetipo indecifrabile, tuttavia leggibile per via squisitamente intuitiva, del miracoloso connubio datosi in questo come in altri lembi della Toscana felix, tra la stratificata civiltà dell’uomo e l’ordine ciclico della natura, di cui la forma del paesaggio antropico è la testimonianza piu’ eloquente.

A voler parlare in termini d’apparenza linguistica, nel codice notarile delle arti figurative, potremmo assegnare al versante dell’astrazione lirica, ossia giocata sulla valenza evocativa dell’immagine che non rimanda ad alcun esplicito referente oggettivo, le belle partiture pittoriche e grafiche di Giovanni Gorini.

Potremmo chiudere in due parole la partita… se lo stesso artista non provvedesse a rilanciare il discorso insinuando, nei titoli, possibilità di lettura psicologica e relazionale e narrativa, persino fisiologica : come acchito, beninteso !, o chiamata in complicità al viaggio proiettivo  e alla divagazione poetica, che la partitura consente per l’ambiguità evocativa della sua pur autonoma o autoreferente cifra formale.

L’invito è ad andare oltre la godibile articolazione delle forme nello spazio doppiamente qualificato, come estensione sommersa della materia, qui sedimentaria e variegata in spessi grumi e increspature tattilmente apprezzabili. Travalicare il recinto dell’opera nel suo statuto fisico e nella sua qualificazione puramente formale, significa tradirla, d’accordo !. Ma per appropriarsene a un diverso, e forse più profondo, livello di appercezione simpatetica, se cosi’ si puo’ dire : per reinventarla a un suo poetico in cui si fa determinante il contributo del nostro immaginario, che traduce in esperienza interiore squisitamente creativa le suggestioni cosi’ sottilmente governate da Giovanni Gorini nei segni pittorici e grafici della sua inenarrabile topografia dell’anima.

  • « UNA PITTURA CHE AIUTA A VIVERE » – Dino Carlesi (1992)

Il dilemma tra ragione e impulsi fantastici è sempre rimasto vivo in Gorini e anche nei Maestri  che gli sono stati vicini : il colore è sempre stato in bilico (nelle sue scansioni e rotture) tra l’urgenza di rappresentare problemi di pura organizzazione logica e altrettanta urgenza di fare spazio alle emozioni nel loro stadio primitivo e più autentico. Di fronte al fallimento della pseudo-razionalità del nostro tempo appare giusta la riflessione che l’artista va facendo  sul ruolo dell’immaginazione, nel tentativo di trovare una mediazione che –a posteriori- giustifichi modulazioni diverse che investano tecniche e stili.

Quando Gorini tenta la sintesi tra le varie fasi dell’operazione creativa confessandoci che il punto di par-tenza è dato sempre da una realtà vera o immaginata (un indizio, un segnale, un ricordo, un nome) la quale provoca immediatamente un’agitazione interiore – che è turbamento ed euforia ed ebrezza – che trova pero’ la sua collocazione psicologica ed intellettiva nella mente dell’artista, il Gorini stesso ci costringe a cogliere il valore delle tecniche che intervengono come terza fase del processo ma che in realtà lo precedono come sintesi preordinata che appare legata alle premesse intuitive, alle ispirazioni. I vari momenti appaiono disguinti se analizzati teoricamente alla fine dell’atto creativo che, nel suo concretizzarsi pratico, appare invece unitario e inscindibile.

E’ difficile individuare i punti di nobile cedimento entro cui la cultura e la ricchezza spirituale penetrano per illuminare la composizione grafica e pittorica che sia. In questo caso lo sfrangimento di talune superfici ormai disponibili per porsi fuori misura, al di là di certe regole un tempo più rigide, non è solo uno straripamento spaziale ma un’ideale ricerca di uno spazio vitale nuovo che ci collochi fuori dal clamore e dalla ressa della metropoli e ci adagi nei giardini ipotizzati di una natura ormai perduta : quando e come la spinta psicologica prema sull’idea mentale e, quindi, sulla elaborazione progettuale e sulla conseguente soluzione pratica calata sulla tela, è difficile dirlo : solo l’emozione finale provocata in colui che guarda puo’ garantirci dalla validità dell’operazione.

La sabbia che si fissa sulla lastra è qualcosa di più di una civetteria materica : con l’acquatinta, e con le lastre ritagliate che si ricompongono al momento della stampa, l’artista crea una situazione di felicità che va oltre il grumo sabbioso e il disagio stesso derivante dalla ricerca per donare al foglio multicolore il ruolo consolante di una festa inconsueta.